GIULIO DI MEO - Anticorpi Bolognesi

Bologna la dotta, la grassa, la rossa. Bologna chiassosa, sempre viva e concitata fra colli e osterie, locali e cortei. Così conosciuta, “la vecchia signora dai fianchi un po’ molli” in poche settimane si è trasformata in una città muta, pervasa da una solitudine angosciante. Il cupo silenzio ne riempie le strade, ma Bologna “resta umana”, nonostante le difficoltà causate dalla pandemia covid-19.

Bologna però non è rimasta ferma. Sono nate iniziative di solidarietà, raccolte di cibo e altri beni di prima necessità, sportelli di ascolto, attività di sostegno alle persone anziane, a migranti e a senzatetto. Persone da sempre ai margini della società, che in questa situazione hanno subito l’aggravarsi della loro condizione già precaria.
Studenti e attivisti, associazioni e centri sociali, artigiani e aziende, anime eterogenee della stessa città, che in questa situazione di emergenza si sono unite con l’obiettivo di superare crisi inaspettata, senza lasciare nessuno da solo.

“Anticorpi bolognesi” è un reportage che racconta questa multiforme umanità, tra immagini, parole, grafiche e illustrazioni. Un modo per mostrare una vita quotidiana cambiata solo per necessità, e che per questo non si piega nemmeno davanti a un virus globale. La narrazione segue tante piccole storie collegate tra loro da molteplici fili rossi che creano una rete di umanità, di speranza e, soprattutto, di azioni concrete per fare in modo che questa esperienza non lasci tutto come era prima ma che diventi un’esperienza sulla quale impostare nuove basi per ripensare la società.

Mi chiamo Giulio Di Meo (Capua, 1976), sono un fotografo italiano impegnato da quasi vent’anni nell’ambito del reportage e della didattica. Sono un fotografo freelance e porto avanti i miei progetti in modo indipendente; sono iscritto come giornalista pubblicista all’ordine dei giornalisti. Organizzo incontri e workshop di reportage e di street photography, in Italia e all’estero, e laboratori per bambini, adolescenti, immigrati e disabili per promuovere la fotografia come strumento di espressione e integrazione. Sono Presidente dell’associazione Witness Journal e photo editor dell’omonima rivista di fotogiornalismo WJ. Collaboro con diverse associazioni e ONG, in particolar modo con l’Arci e la sua ONG Arcs Culture Solidali, con la quale dal 2007 organizza workshop di fotografia sociale in diverse realtà del Sud del mondo (Argentina, Bolivia, Brasile, Camerun, Colombia, Cuba, Guatemala, Saharawi, Senegal).

Credo nella fotografia come strumento per informare e denunciare, come mezzo di cambiamento personale, sociale e politico. “È questa la mia fotografia, quella che amo e che mi piace definire sociale: una fotografia fatta di lotta, rabbia, indignazione ma anche di amore, passione, speranza”. Sono convinto che il reporter non può limitarsi solo a informare ma deve agire concretamente, impegnandosi nelle realtà che documenta.

Dal 2003 lavoro al progetto fotografico Riflessi Antagonisti sulle realtà e lo sfruttamento dei paesi latinoamericani. Tra i miei reportage: Riflessi Cubani del 2005 offre stralci del quotidiano sull’isola, Tra cielo e terra del 2006 descrive la realtà delle favelas di Rio de Janeiro. Nel 2007 ho realizzato, per il cinquantesimo anniversario dell’Arci, il libro “Cinquant’anni di sguardi”, un viaggio attraverso i circoli in Italia. Del 2008 sono i lavori Fiori di strada, sulla vita delle prostitute di Bologna, e Casa Luzzi, documentario fotografico sull’occupazione di un ex-ospedale di Firenze da parte di 350 famiglie d’immigrati. Nel 2011 sono tornato ad occuparmi del Brasile con i lavori sulla favela Rocinha di Rio de Janeiro e sull’occupazione urbana Dandara di Belo Horizonte.

Nel gennaio 2013 ho pubblicato il libro “Pig Iron”, un racconto sui contadini brasiliani vittime delle ingiustizie sociali e ambientali commesse dalla multinazionale Vale. Parte dei ricavi sono stati utilizzati per sostenere le attività della compagnia teatrale “Juventudes pela Paz”, formata da un gruppo di giovani della città di Açailândia, nel nordest del Brasile. Ad ottobre 2014 è stato pubblicato “Sem Terra: 30 anni di storia, 30 anni di volti”, una raccolta di ritratti per celebrare i trent’anni del Movimento Sem Terra (MST) e per raccogliere fondi per la Scuola Nazionale Florestan Fernandes. A giugno 2015 è stato pubblicato “Il Deserto Intorno”, un libro sui campi profughi saharawi, una pubblicazione per sostenere l’Associazione delle Famiglie dei Prigionieri e dei Desaparecidos Saharawi (AFAPREDESA). Nel marzo del 2018 l’ultimo libro “Il mio campo libero“, immagini e storie dai campi della legalità, edito da Spi-Cgil con testi di Marco Sotgiu.

Negli anni ho realizzato mostre, calendari, poster e incontri al fine di raccogliere fondi per i progetti sociali che si muovono intorno alle realtà documentate. Un modo per rendere la fotografia concreta, un modo per far sì che uno scatto non resti un semplice sguardo pietoso ma diventi il veicolo per restituire dignità alla sofferenza, un modo per contribuire alla costruzione di una società meno prepotente e più giusta.

La macchina fotografica è il mio strumento di lotta, il mio arnese d’amore.

È lo strumento che sostiene le mie idee, il mezzo per rincorrere i miei ideali, per sognare un mondo più giusto.